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Loris Sala
Executive Assistant
Ottobre 2022

L’EPOCA D’ORO DELL’OROLOGERIA ITALIANA: I FRATELLI CAMPANI

Che la Svizzera sia la patria dell’orologeria è ben noto, che il famoso “genio italico” non manchi mai nel mondo dell’arte lo è altrettanto.
Possibile, quindi, che la nostra tanto celebrata creatività non sia riuscita a imprimere la propria anima anche all’interno di un campo da sempre associato alla tradizione elvetica?
Ovviamente sì, ma si tratta di una storia lontana nel tempo e poco conosciuta. Vediamo cosa avvenne e chi furono i protagonisti di quella che fu una vera e propria sfida del tempo.

Roma, seconda metà del XVII secolo. Desiderosi di poter mettere a frutto il proprio talento, Pier Tommaso e Giuseppe Campani, fratelli orologiai originari dell’Umbria, lasciano la terra natia per trasferirsi nella Città Eterna, culla dell’arte e del progresso scientifico italico, in cui da qualche tempo vive anche il loro fratello maggiore Matteo, sacerdote.
La fortuna sembra essere subito dalla loro parte: Pier Tommaso viene notato dal potente cardinale Fabio Chigi, che di lì a breve sale al soglio pontificio con il nome di Alessandro VII.
Guadagnatosi la sua fiducia, Pier Tommaso diventa orologiaio in Vaticano ed è subito messo alla prova con una richiesta quanto mai insolita: tormentato dall’insonnia, il Papa esprime il desiderio di un orologio non solo in grado di mostrare l’ora nel buio notturno, ma anche di essere silenzioso, privo di quel continuo ruotar di ingranaggi che contribuisce a tenerlo sveglio la notte.

Una commissione scottante, capace sia di bruciare la nascente carriera dei Campani in caso di fallimento, sia di accendere il loro innato senso della sfida.
Per prima cosa, essi pensano a come ridurre al massimo il rumore che tedia così tanto Alessandro VII: l’idea che viene loro in mente è di sostituire il classico scappamento a verga e ruota dentata, il cui rotismo è rumoroso, con il mercurio quale nuovo mezzo regolatore, attraverso la costruzione di un contenitore in avorio (molto meno usurabile dal metallo rispetto ad altri materiali) dotato di comparti in cui inserirlo e farlo scorrere.
Si pone poi la questione del quadrante e dell’illuminazione: l’ora deve essere ben visibile da una certa distanza ed è necessario costruire un quadrante sufficientemente ampio da permettere una buona lettura dell’orario. Esso è costituito da un pannello frontale, traforato all’altezza delle ore e dei quarti (le cosiddette “ore vaganti”) dietro cui si muove un disco rotante il quale, illuminato da una candela o da una lampada a olio fissata al pannello posteriore, è in grado di mostrare l’ora proprio grazie al filtraggio della luce attraverso i fori, sul modello di quanto già faceva la cosiddetta lanterna magica, di voga in Europa a quel tempo.
La commissione pare completata e nell’ottobre del 1656 i fratelli Campani la presentano al Papa. Il gradimento di Alessandro VII è così sentito da portarlo a rilasciare, cosa assai rara, un brevetto pontificio agli orologiai come riconoscimento ufficiale del prestigio e dell’unicità della loro opera.

Comincia così un momento di frenetica produzione per i fratelli Campani, conseguenza dell’enorme fama portata dall’apprezzamento papale; gli orologi notturni diventano uno dei manufatti più richiesti dalla nobiltà romana ed europea, con commissioni che arrivano perfino dalle corti di Firenze, di Madrid e di Varsavia.
Questa nuova celebrità, unita a una insperata ricchezza derivante dall’alto costo degli orologi, creati con legni pregiati (tendenzialmente l’ebano), rifiniti con oro, pietre dure e abbelliti da eleganti miniature, rivela tuttavia un lato oscuro: l’invidia e la gelosia dei concorrenti, i quali non tardano a coalizzarsi contro di loro portando avanti gravissime accuse di plagio che mettono i fratelli in pericolo.
Tutta Roma rimane con il fiato sospeso fino a quando la buonafede e l’onestà dei Campani non viene pienamente riconosciuta.
Sanato l’antagonismo fra i rivali commerciali, interviene tuttavia quello tra familiari: Giuseppe, deciso non solo a eliminare completamente il rumore del ruotismo ma anche a risolvere la problematica legata all’effetto corrosivo del mercurio, inventa quasi per caso lo scappamento a manovella, un pendolo che diventa nuovo mezzo regolatore dell’orologio; sebbene un’opera simile fosse già stata realizzata dal matematico olandese Huygens, sia il Papa sia il Granduca di Toscana gli rilasciano uno speciale brevetto.

Ciò scatena le ire di Pier Tommaso, colui che per primo è stato elogiato e onorato dai gran signori vaticani all’inizio della carriera, portandolo a troncare definitivamente i rapporti con Giuseppe.
Le nuove migliorie apportate agli orologi notturni non contribuiscono però a dotarli di lunga vita: sul finire del ‘600, infatti, l’interesse verso di loro va a scemare fino a scomparire; pare che la ragione di questo declino non sia solo da attribuirsi al passare delle mode, ma anche al fatto che nessun orologiaio dopo i Campani sembra essere stato in grado di riparare del tutto gli scappamenti guasti; un duro colpo per i proprietari degli orologi, che finiscono per ritrovarsi orologi di pregio ormai privi di una delle due componenti più importanti che li contraddistinguevano: la silenziosità.
Cala così il tramonto sull’era dei Campani, fratelli orologiai capaci di imprimere il tocco italiano nella storia dell’orologeria mondiale.

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